L’inevitabile spettro della guerra commerciale internazionale

Il commercio tra nazioni, piccole e grandi, industrializzate e in via di sviluppo, costituisce uno degli ingranaggi più rilevanti della comunità e/o della società internazionale e uno degli strumenti che compongono la politica estera degli Stati, contribuendo alla pace o alla guerra tra le nazioni stesse.


 Gli Stati Uniti possiedono una moneta/divisa internazionale e la sede (legale e/o fiscale) delle più importanti multinazionali (ad esempio McDonald, Apple, Coca-Cola, case automobilistiche come la General Motors, solo per citarne alcune), che operano in ambienti internazionali, tenendo il controllo dei settori, nonché una manodopera e una divisione nazionale del lavoro tra le più qualificate e più costose al mondo.

Con l’elezione di Trump alla Casa Bianca, si designa, in un orizzonte non molto lontano, lo scoppio della guerra commerciale tra gli Stati Uniti e i suoi principali rivali economici, principalmente Cina e Germania, così come altre nazioni, come il caso del Messico, il quale potrà subire un aumento delle tasse di esportazione dei suoi prodotti per il mercato statunitense.

In questo caso, una guerra commerciale con la Cina porterebbe ad esempio a svalutare il dollaro statunitense (USD) al fine di aumentare i livelli di esportazioni verso i mercati internazionali. Uno dei vantaggi di tale azione sarebbe, ad esempio, la riduzione, a lungo o medio termine, del deficit della bilancia commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina, che, nel 2016, secondo il thebalance.com, si attesta a 347 miliardi di dollari, proprio perché “gli Stati Uniti esportano in Cina solo 116 miliardi di dollari, mentre importano dalla Cina 463 miliardi di dollari.”

Tuttavia, un deprezzamento del dollaro non sarebbe indolore per gli Stati Uniti, dal momento che la Cina, che l’inquilino della Casa Bianca indica come “manipolatrice di valuta”, avrebbe preso le misure necessarie per adattarsi ad esso e per mantenere i suoi livelli di esportazione e di competitività nel mercato internazionale. Inoltre, il presidente cinese, Xi Jinping, ha detto durante il Forum di Davos, in Svizzera, lo scorso gennaio che “una guerra commerciale non avrà vincitori”, una chiara allusione alle intenzioni del Presidente Trump.

Ciononostante, la guerra commerciale va al di là della guerra delle valute, e passa naturalmente dalla re-introduzione del protezionismo nelle principali economie mondiali, vale a dire, passa attraverso la Brexit, con la quale il Regno Unito (ma non nel suo complesso) divorzia dall’Unione Europea, dalla quale già non dipendeva a livello monetario; attraverso la rivalutazione del NAFTA (l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada), una strategia che, probabilmente, potrà ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti con i suoi due vicini (stimato in 50 miliardi di dollari rispetto al Messico e 15 miliardi di dollari rispetto al Canada), o  ancora attraverso il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di libero scambio trans-Pacifico (promosso da Obama e di fatto mai entrato in vigore).

Questo protezionismo è destinato principalmente ad incentivare le imprese multinazionali statunitensi per effettuare la cosiddetta “de-localizzazione” dei mercati esteri dove operano per gli Stati Uniti al fine di creare più posti di lavoro negli Stati Uniti e rispondere ad una delle promesse elettorali di Trump, che prevede di creare dieci milioni di posti di lavoro in otto anni, al costo di pagare elevate tasse di esportazione dei suoi prodotti verso gli Stati Uniti. Ad esempio, la società Ford, che produce automobili in Messico, corre il rischio di pagare un tasso di esportazione del 35% sulle vetture prodotte in Messico, che farebbe diventare naturalmente più costoso il prezzo delle auto negli Stati Uniti, traendo sempre meno profitto.

Per la Germania, che ha raggiunto nel 2016 un surplus di 253 miliardi di euro nella sua bilancia commerciale, le spese che su di lei pesano sono le stesse che pesano sulla Cina: secondo autorità di Washington, Berlino trarrebbe beneficio da un euro svalutato, il che implicitamente lascia intendere che la Germania ha una “mano invisibile” in materia di politiche monetarie della banca centrale europea, già categoricamente smentito dalla banca dell’Unione europea.

La guerra commerciale può significare allo stesso modo una critica implicita alla globalizzazione, in quanto consente sia l’espansione delle grandi multinazionali nei mercati più interessanti per l’IDE (investimenti diretti esteri), con una manodopera meno qualificata e di conseguenza meno costosa (per esempio, le industrie di abbigliamento producono in paesi come il Bangladesh o il Vietnam, dove il lavoro manuale è meno costoso e poi vendono in mercati internazionali i beni finiti), sia una politica fiscale meno onerosa (dove hanno sedi fiscali e in alcuni casi scappano anche dal pagamento delle tasse).

Pertanto, uno dei limiti alla guerra commerciale (in valuta estera, protezionismo o incrementi di aliquote fiscali) ha esattamente a che fare con una certa reticenza delle leadership di queste multinazionali (Apple, Facebook, Google, a capo di 97 aziende) ad accettare la politica economica Trump, ed hanno perfino già presentato una denuncia in tribunale contro il divieto di ingresso negli Stati Uniti d’individui di 7 paesi per lo più musulmani (Somalia, Sudan, Siria, Yemen, Iraq, Iran e Libia), che rappresentano un mercato di quasi 300 milioni di consumatori, che non vorrebbero perdere naturalmente.

E’ curioso notare che gli Stati da dove vengono queste multinazionali (soprattutto negli Stati Uniti dell’era Trump) sembrano non essere disposti a tollerare lo straordinario potere economico e le influenze che le multinazionali hanno a livello locale e globale, esigendo di effettuare la suddetta delocalizzazione. Ma questa situazione non sembra funzionare, dal momento che le stesse non sono disposte a chinarsi davanti ad un presidente che dopo tutto è anche un businessman ed un concorrente (ad esempio, una delle critiche che pesano sul divieto di ingresso di quei paesi negli Stati Uniti, e che ha fomentato la denuncia depositata in tribunale dalle 97 aziende, si basa sul fatto che nell’elenco dei 7, Trump non ha incluso paesi come l’Egitto o l’Arabia Saudita, paesi nei quali si pensa che abbia i suoi affari).

Tuttavia, anche se lo spettro della guerra commerciale sembra inevitabile, a livello delle relazioni statali può essere condizionato dalla volontà “invisibile” di coloro che la renderanno un mero pretesto per una guerra convenzionale, dal momento che secondo Kant, le “nazioni che fanno commercio sono meno inclini alla guerra”.

D’altra parte, nell’era della globalizzazione, la guerra commerciale, in quanto tale, non è un monopolio di stati, che, nelle società capitaliste svolgono anche un ruolo di regolamentazione, ma è una questione che riguarda anche le grandi aziende e le multinazionali.

Così, la guerra commerciale può diventare un fatto probabile, se vi è interesse comune tra lo Stato, la cui moneta è una divisa nel mercato finanziario internazionale, e le multinazionali con sede legale e fiscale sul suo territorio, nei settori in cui entrambi hanno svantaggi in relazione ad una terza economia/stato, che a sua volta si adeguerà per rispondere adeguatamente agli attacchi esterni contro l’economia.

Si tratta di fatto di uno scenario inevitabile tra le grandi economie mondiali e le grandi multinazionali concorrenti, la cui produzione è dannosa per il mantenimento della struttura di Bretton Wood, in vigore dalla fine della seconda guerra mondiale.

Dott. Issau Agostinho

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