Il ruolo assunto dal Pakistan nella crisi tra Stati Uniti e Iran non nasce da un’improvvisa conversione diplomatica, ma da una posizione costruita nel tempo. Islamabad dispone di canali istituzionali con Teheran e Washington, di un’identità strategica peculiare nel mondo musulmano e di relazioni regionali che la collegano tanto a Riad quanto a Pechino. La sua forza, tuttavia, coincide anche con il suo limite: il Pakistan può facilitare la de-escalation e rendere possibile il dialogo, ma fatica a trasformare questa utilità in una capacità stabile di ordinare gli equilibri regionali.
Per anni il Pakistan è stato osservato soprattutto attraverso le lenti dell’instabilità interna, della competizione con l’India, della questione afghana e della fragilità economica. Tuttavia, la crisi tra Stati Uniti e Iran ha riportato Islamabad al centro di una dinamica diplomatica più ampia. Il punto non è stabilire se il Pakistan sia divenuto una nuova grande potenza regionale, ma comprendere perché, in un sistema internazionale frammentato, uno Stato medio e vulnerabile possa diventare indispensabile come canale di comunicazione.
La prima ragione è istituzionale. Dalla rottura dei rapporti diplomatici tra Washington e Teheran dopo la rivoluzione iraniana del 1979, il Pakistan ha mantenuto una funzione discreta ma rilevante: presso la propria ambasciata a Washington ospita la sezione di interessi iraniana. Questo canale non ha cancellato l’ostilità tra Stati Uniti e Iran, ma ha garantito una struttura minima di contatto in assenza di relazioni diplomatiche dirette. La mediazione pakistana, quindi, non nasce nel momento della crisi: la crisi rende visibile una funzione che esisteva già da decenni.
A questo elemento si aggiunge una memoria diplomatica favorevole. Nel 1971 Islamabad facilitò il viaggio segreto di Henry Kissinger a Pechino, contribuendo all’apertura tra Stati Uniti e Cina in piena Guerra fredda. Da allora, il Pakistan è rimasto nell’immaginario di molte cancellerie come un interlocutore capace di operare in contesti riservati e ad alto rischio. La sua utilità non deriva soltanto dalla forza materiale, ma dalla capacità di muoversi negli interstizi tra attori che non possono o non vogliono parlarsi direttamente.
Il secondo fattore è geopolitico. Il Pakistan non è uno Stato arabo, non appartiene al campo persiano e non coincide con gli equilibri del Levante o del Golfo. Questa collocazione gli consente di parlare con l’Iran senza essere percepito automaticamente come parte di un blocco regionale ostile. Le tensioni non mancano: nel 2024 vi furono scambi di missili lungo il confine irano-pakistano, poi rientrati. Tuttavia, Islamabad non è letta da Teheran nello stesso modo in cui vengono osservati alcuni partner arabi di Washington. Proprio questa distanza relativa rende possibile una forma di fiducia minima.
Conta anche la variabile nucleare. Il Pakistan è l’unica potenza nucleare a maggioranza musulmana e ciò gli conferisce un peso simbolico che nessun mediatore del Golfo possiede nella stessa misura. Questo non significa che Islamabad eserciti una leadership sul mondo islamico, né che disponga di una legittimità incontestata. Significa, però, che la sua parola non è quella di un attore periferico. Quando si propone come facilitatore, il Pakistan parla da Stato fragile ma dotato di massa strategica, deterrenza e profondità regionale.
La sua rete di relazioni rafforza ulteriormente questa posizione. A ovest, il legame con l’Arabia Saudita resta decisivo sul piano economico, energetico e militare. L’accordo di mutua difesa firmato nel 2025 ha consolidato un rapporto già alimentato da investimenti, rimesse e cooperazione strategica. A est, la relazione con la Cina offre a Islamabad un retroterra politico ed economico essenziale, soprattutto attraverso il Corridoio economico Cina-Pakistan. Pechino ha interesse a evitare che l’Iran o il Pakistan vengano destabilizzati, perché entrambi rientrano nella sua architettura energetica e infrastrutturale asiatica.
Questa doppia connessione, saudita e cinese, rende il Pakistan un mediatore particolare: vicino a più attori, ma non completamente assorbito da nessuno di essi. È una posizione di equidistanza calcolata, non di neutralità assoluta. Islamabad non è esterna alle competizioni regionali, ma riesce ancora a comunicare con capitali che spesso si guardano con sospetto: Washington, Teheran, Riad e Pechino.
Il limite, però, resta evidente. Il Pakistan media non da una posizione di surplus strategico, ma per necessità. La sua economia è vulnerabile, il rapporto tra potere civile e apparato militare rimane complesso, la frontiera afghana produce insicurezza e il confronto con l’India continua a condizionare ogni valutazione strategica. Per questo Islamabad può aprire canali, rallentare l’escalation e facilitare compromessi, ma difficilmente può trasformare la mediazione in un nuovo ordine regionale.
La centralità pakistana va dunque letta come sintomo del disordine contemporaneo. In un sistema in cui i mediatori tradizionali sono spesso percepiti come troppo allineati, contano anche gli Stati intermedi: abbastanza connessi da essere utili, abbastanza ambigui da non essere rifiutati, abbastanza fragili da avere interesse alla de-escalation. Il Pakistan non domina la regione, ma occupa uno spazio che altri non riescono più a presidiare. Nel mondo dei conflitti multipli, anche questa è una forma di potere.
Niccolò Boccone
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