L’Etiopia è la principale potenza demografica del Corno d’Africa, ma resta priva di accesso diretto al mare dal 1993, dopo l’indipendenza dell’Eritrea. Questa condizione non è solo un limite commerciale: è diventata il centro della sua strategia regionale. La dipendenza dal corridoio Addis Abeba-Gibuti, le aperture verso il Somaliland e la competizione intorno al Mar Rosso mostrano il tentativo di trasformare una vulnerabilità geografica in leva negoziale. La tesi dell’articolo è che Addis Abeba non cerchi necessariamente uno scontro diretto, ma una ridefinizione degli equilibri del Corno d’Africa, esposta però al limite della fragilità interna.
Una vulnerabilità geografica di lungo periodo
L’Etiopia è una potenza terrestre incompleta. Con oltre 120 milioni di abitanti, un territorio centrale nel Corno d’Africa e un ruolo politico rafforzato dalla presenza ad Addis Abeba della sede dell’Unione Africana, il Paese dispone di molti attributi della leadership regionale. Tuttavia, dal 1993 è privo di uno sbocco sul mare. La perdita dell’Eritrea ha trasformato l’accesso marittimo da questione economica a problema strategico permanente.
La dipendenza dal porto di Gibuti ne mostra la portata. Secondo la Banca Mondiale, oltre il 95% del commercio import-export etiope in volume passa dal corridoio Addis Abeba-Gibuti. Per un Paese demograficamente in crescita, con ambizioni industriali e bisogno di attrarre investimenti, affidare quasi tutto il commercio estero a un solo corridoio significa esporsi a un rischio strutturale. La ricerca di alternative non nasce dunque da un capriccio politico, ma da una vulnerabilità oggettiva.
Questa condizione spiega perché il mare sia diventato un tema identitario nella politica etiope. Per Addis Abeba, l’accesso al Mar Rosso non equivale soltanto a una maggiore efficienza logistica: significa ridurre la dipendenza da Stati terzi, rafforzare la sovranità economica e presentarsi come potenza regionale completa. La geografia, in questo caso, produce una pressione costante sulla politica estera.
Il Mar Rosso come leva strategica
La firma del memorandum d’intesa con il Somaliland, nel gennaio 2024, ha reso esplicita questa strategia. L’accordo preliminare, secondo Reuters, prevedeva l’uso del porto di Berbera e apriva anche alla possibilità di una presenza marittima etiope sulla costa del Somaliland. Per Addis Abeba, il valore dell’intesa era duplice: diversificare l’accesso al mare e aumentare il proprio peso negoziale nella regione.
La mossa ha però generato una reazione immediata della Somalia, che considera il Somaliland parte integrante del proprio territorio. Mogadiscio ha interpretato l’accordo come una violazione della sovranità nazionale, mentre l’Unione Africana ha richiamato le parti alla moderazione e al rispetto dell’integrità territoriale. Il punto centrale è che l’Etiopia non ha semplicemente cercato un porto alternativo: ha toccato uno dei nodi più sensibili dell’ordine politico somalo.
La strategia etiope appare quindi come una pressione graduata, più che come un revisionismo militare diretto. Addis Abeba non sembra voler aprire un conflitto, ma normalizzare l’idea che il suo isolamento marittimo sia un problema regionale e non soltanto nazionale. In questo modo spinge gli attori vicini a riconoscere che nessuna architettura di sicurezza nel Corno d’Africa può prescindere dagli interessi etiopi.
Somaliland e il rischio regionale
Il problema è che il Corno d’Africa non offre margini ampi per esperimenti geopolitici. Somalia, Eritrea, Sudan e Mar Rosso compongono un ambiente fragile, nel quale crisi interne, rivalità statali e interventi esterni si sovrappongono. Ogni avanzamento etiope verso il mare può essere letto dagli altri attori come una minaccia, anche quando viene presentato come soluzione logistica.
L’Eritrea osserva con particolare attenzione ogni discussione sull’accesso etiope al Mar Rosso. Dopo il riavvicinamento del 2018 e la cooperazione durante la guerra del Tigray, i rapporti tra Asmara e Addis Abeba sono tornati instabili. L’idea di una nuova presenza etiope sulle coste del Mar Rosso può alimentare timori storici e riaprire memorie strategiche legate alla guerra del 1998-2000.
Anche l’Egitto guarda con sospetto l’attivismo etiope. La disputa sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam ha già reso complesso il rapporto tra Il Cairo e Addis Abeba. Se alla questione del Nilo si aggiunge quella del Mar Rosso, l’Etiopia rischia di trovarsi al centro di un arco di rivalità che va dalle acque interne africane alle rotte marittime globali. Bab el-Mandeb, in questo quadro, non è solo un passaggio commerciale: è uno snodo di sicurezza internazionale.
Il limite della coesione interna
La principale debolezza della strategia etiope resta però interna. Il governo di Abiy Ahmed tenta di rafforzare il centro federale dopo anni segnati dalla guerra del Tigray e da tensioni persistenti nelle regioni Amhara e Oromia. In un contesto simile, la proiezione esterna può servire a rafforzare la legittimazione nazionale, ma può anche diventare un moltiplicatore di instabilità.
L’ambizione marittima funziona finché produce consenso e vantaggi negoziali. Diventa rischiosa se spinge gli avversari regionali a coordinarsi o se distoglie risorse politiche dalla stabilizzazione interna. La leadership etiope deve quindi mantenere un equilibrio difficile: aumentare il proprio peso nel Corno d’Africa senza superare la soglia oltre la quale la pressione esterna alimenta nuove fratture domestiche.
Per questo l’Etiopia non va letta come una potenza revisionista orientata allo scontro, ma come un attore che tenta di convertire una vulnerabilità geografica in potere politico. La traiettoria più probabile non è una guerra aperta, bensì una zona grigia prolungata: accordi parziali, tensioni ricorrenti, negoziati intermittenti e competizione per corridoi, porti e riconoscimenti. La questione decisiva non è se Addis Abeba voglia tornare al mare, ma se possa farlo senza destabilizzare ulteriormente il Corno d’Africa.
Matteo Forlani
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