Kazakistan, corridoi e autonomia incompleta (1/2)


Il Kazakistan ha aperto nuove rotte verso la Cina e attraverso il Caspio. Khorgos e l’oleodotto diretto nello Xinjiang hanno rafforzato il versante orientale, mentre il Middle Corridor offre uno sbocco che aggira la Russia. La parte più esposta dell’economia kazaka continua però a dipendere dal Caspian Pipeline Consortium e dalle reti post-sovietiche. Entro il 2030 Astana guadagnerà margine negoziale, senza raggiungere una piena autonomia.


Moltiplicare i partner serve a poco finché Astana non può spostare altrove le funzioni che oggi dipendono da un solo interlocutore.

Il Kazakistan non è mai stato così connesso all’esterno. A est, Khorgos lo innesta nella rete cinese e l’oleodotto diretto nello Xinjiang offre uno sbocco al greggio. Sul Caspio, il Middle Corridor apre una via verso il Caucaso. Questa geografia più ampia non ha ancora sciolto il nodo principale: circa l’80 per cento delle esportazioni petrolifere continua a passare dal Caspian Pipeline Consortium e dal porto russo di Novorossijsk.

È su questo scarto che si misura la posizione di Astana. Avere più rotte attenua l’effetto di un’interruzione, ma l’autonomia comincia quando i traffici possono davvero essere spostati da un sistema all’altro. Lo stesso vale per i capitali e per i vincoli istituzionali. Oggi le alternative restano troppo deboli per sostituire le infrastrutture da cui il Paese dipende nei passaggi più delicati. La sostituibilità funzionale serve a distinguere queste due condizioni. Un nuovo corridoio accresce il margine kazako se può assorbire traffico oggi concentrato altrove. Anche un finanziatore aggiuntivo conta solo quando offre condizioni realmente praticabili. Se ogni alternativa rimane accessoria o dipende dallo stesso mercato, la gerarchia non cambia.

Astana persegue una strategia di hedging: distribuisce il rischio senza rompere con Mosca o con l’Occidente e, nello stesso tempo, apre spazio a Pechino. La connettività accresce la leva negoziale soltanto se una funzione essenziale può passare da un interlocutore all’altro. È questo il filo che lega la politica economica degli Stati centroasiatici alle nuove infrastrutture.

Il controllo sui progetti cinesi acquista senso soltanto se aiuta Astana a ridurre il costo della dipendenza russa. Il Middle Corridor sarà il banco di prova, perché dovrà offrire un’alternativa competitiva e trattenere nel Paese una quota maggiore del valore generato dai flussi.

Dalla posizione geografica alla leva negoziale

Il 7 settembre 2013 Xi Jinping presentò la Silk Road Economic Belt all’Università Nazarbayev di Astana. L’iniziativa sarebbe poi confluita nella Belt and Road Initiative. La sede dava forma a un’idea precisa: usare la collocazione del Kazakistan, stretto fra lo Xinjiang e lo spazio post-sovietico, per raggiungere il Caspio.

Il luogo scelto segnalava però anche il limite della proiezione cinese sul continente. Ogni infrastruttura attraversa Stati che presidiano i valichi e applicano regole proprie. Le loro società ferroviarie realizzano il trasporto, mentre i governi decidono come si accede ai mercati interni. Pechino può mettere capitale e traffico. L’attuazione si negozia lungo tutto il percorso.

Nel 2025 la Cina ha assorbito il 19,2 per cento delle esportazioni kazake e ha fornito il 29,2 per cento delle importazioni, quasi eguagliando la Russia come origine dei beni acquistati dal Paese, secondo i dati ufficiali. Con numeri simili, Pechino non è più soltanto un mercato di sbocco. È anche il fornitore industriale che alimenta gran parte dei flussi sulle nuove linee ferroviarie.

Questo avvicinamento è avvenuto dentro il multivettorialismo sviluppato durante la presidenza di Nursultan Nazarbayev e ricalibrato da Kassym-Jomart Tokayev. La cooperazione economica si è intensificata senza sfociare in un allineamento esclusivo. Ogni nuovo rapporto viene inserito in un quadro che impedisce a un solo interlocutore di occupare l’intero spazio disponibile.

Il metodo di Astana consiste nel fare in modo che ciascuna potenza trovi conveniente restare coinvolta senza ottenere un rapporto esclusivo. Ne derivano legami sovrapposti fra interlocutori diversi e una rete che sarebbe costoso interrompere. La diversificazione nasce da questa compresenza regolata, non dalla neutralità.

La formula del ‘ponte eurasiatico’ dice dove si trova il Paese, non come usa quella posizione. La leva nasce dal controllo degli accessi. Si rafforza quando le imprese kazake entrano nella proprietà dei terminali e possono scegliere come raccordare un percorso all’altro. È in queste decisioni che la geografia acquista valore politico.

La BRI negoziata da Astana

Il porto terrestre KTZE-Khorgos Gateway offre il caso più chiaro. KTZ Express controlla il 51 per cento della società di gestione. COSCO Shipping e Lianyungang Port Group detengono il 24,5 per cento ciascuna, secondo il rapporto annuale di KTZ Express. La maggioranza kazaka mantiene il nodo sotto controllo nazionale. I soci cinesi portano traffico e accesso alle catene logistiche globali.

Il controllo del terminale acquista valore anche per la differenza di scartamento fra le due reti. A Khorgos i container devono essere trasferiti da un sistema ferroviario all’altro. Il Kazakistan non elimina così l’asimmetria con la Cina, ma presidia un passaggio che Pechino è costretta ad attraversare e a negoziare.

Sul versante orientale, il terminal congiunto di Lianyungang completa l’asse. Dal 2014 offre al Kazakistan una piattaforma sul Pacifico, dalla quale partono anche spedizioni verso l’Asia centrale. Il rapporto resta diseguale perché la Cina genera una quota molto maggiore dei flussi e dispone di operatori capaci di agire su scala globale.

Astana entra comunque nella catena che unisce la costa cinese alla propria frontiera. In questo modo riduce il rischio di essere confinata al ruolo di territorio di transito. Il valore strategico supera il semplice passaggio dei container, perché gli operatori kazaki partecipano alla loro gestione sui due lati del confine.

L’oleodotto Kazakistan-Cina segue una logica simile. Le tratte Kenkiyak-Kumkol e Atasu-Alashankou sono affidate a una società congiunta, divisa in parti uguali fra KazTransOil e la China National Oil and Gas Exploration and Development Corporation, secondo KazTransOil. Astana ottiene così uno sbocco orientale. Pechino riceve forniture terrestri meno esposte alle rotte marittime.

La proprietà paritaria non cancella la differenza di scala fra le due economie. Resta il vincolo di un’infrastruttura costruita per servire un mercato specifico. Astana conserva però un ruolo nella gestione del corridoio e dispone di una via che riduce, almeno in parte, la concentrazione verso occidente.

In Kazakistan la BRI non segue una catena di comando che parte da Pechino. Le relazioni sino-kazake offrono poche prove di un’agenda imposta unilateralmente. Astana ha invece usato il proprio adattamento istituzionale per modificare programmi nazionali e regole. Ha introdotto anche regimi speciali, così da attirare capitale cinese verso priorità definite all’interno del Paese.

L’asimmetria rimane. Pechino entra nei negoziati con una capacità finanziaria molto superiore e dispone di informazioni più ampie. Può inoltre contare su intermediari vicini agli apparati statali. La struttura politico-economica della BRI accentua questo vantaggio. Perciò la proprietà formale dei terminali non basta: il margine kazako dipende dalla possibilità di orientare i flussi verso più mercati e dalla capacità di gestire in proprio le infrastrutture.

Ogni progetto nasce così da una negoziazione fra priorità kazake e capacità cinesi. Astana conserva margini sulla proprietà e decide come raccordare le opere al proprio territorio. Pechino pesa soprattutto attraverso il capitale e la domanda che può garantire. L’equilibrio cambia da un progetto all’altro e non coincide né con il controllo cinese né con una piena autonomia kazaka.

La profondità del sistema russo

Con la Russia, il legame è più profondo. Le ferrovie usano standard ereditati dallo spazio sovietico e molte filiere industriali restano collegate a Mosca. Anche la mobilità del lavoro continua a svolgersi in larga parte entro questo spazio. L’Unione Economica Eurasiatica ha tradotto tali legami in regole comuni che governano il mercato e gli spostamenti dei lavoratori.

Uscire da queste reti avrebbe costi che il solo commercio bilaterale non riesce a misurare. Le imprese lavorano con procedure consolidate e compatibilità tecniche costruite nel tempo. A ciò si aggiungono i movimenti di persone, che rendono il rapporto parte della vita economica quotidiana. Gli investimenti cinesi possono attenuare questa profondità strutturale, non cancellarla in pochi anni.

La crisi del gennaio 2022 rese evidente il peso della sicurezza. Le proteste, iniziate dopo l’aumento del prezzo del carburante, si trasformarono in una crisi nazionale. Tokayev chiese allora l’intervento dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO). La missione guidata dalla Russia durò pochi giorni, senza produrre un allineamento permanente.

L’episodio mostrò che Pechino non offre tuttora uno strumento comparabile quando una crisi minaccia la continuità del regime. Il rapporto con la Cina amplia le risorse economiche e diplomatiche di Astana. La Russia conserva invece una funzione di ultima istanza, che riemerge quando è in gioco la stabilità del potere.

Il vincolo più misurabile resta il petrolio. Il Caspian Pipeline Consortium porta il greggio kazako fino a Novorossijsk e convoglia circa l’80 per cento dell’export nazionale, secondo Reuters. Dal 2022 l’insicurezza nel Mar Nero ha trasformato questa concentrazione in un rischio diretto.

Nel luglio 2026 una sospensione dei caricamenti ha provocato una forte riduzione temporanea della produzione. Il Kazakistan può dunque restare fuori dalla guerra e subirne ugualmente gli effetti attraverso la propria principale via di esportazione. Finché il greggio dipenderà soprattutto da Novorossijsk, la diversificazione resterà incompleta proprio nel settore decisivo per le entrate del Paese.

Il rapporto con Mosca non dipende da una sola leva. Le regole comuni rendono costosa una separazione già in condizioni ordinarie. Quando arriva una crisi, il legame di sicurezza rafforza quel vincolo. Il CPC lo estende alle esportazioni petrolifere. L’espansione cinese attenua questa profondità, ma non permette ad Astana di sostenere una rottura. Il governo kazako cerca piuttosto di circoscrivere l’influenza russa dove è più radicata.

Astana cerca spazio anche nella diplomazia regionale. Nella Shanghai Cooperation Organisation mantiene aperto il canale di sicurezza con Pechino. L’Organizzazione degli Stati Turchici la avvicina ad Ankara e Baku, mentre il formato Cina-Asia centrale offre un tavolo che non è dominato da Mosca.

Queste sedi limitano la possibilità che la Russia monopolizzi l’integrazione regionale. Non possono tuttavia prendere il posto dell’Unione Economica Eurasiatica o della CSTO. Il multivettorialismo amplia così le scelte di Astana senza rimuovere le funzioni ancora concentrate nel sistema russo. La prova decisiva della strategia kazaka è quindi il Middle Corridor: la rotta che dovrebbe ridurre la dipendenza dal sistema russo senza trasferirla interamente verso la Cina.

Matteo Forlani

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