Al di là della narrazione morale, il sostegno all’Ucraina risponde a precisi meccanismi materiali. Se l’aumento della spesa militare muove i fatturati della Difesa su entrambe le sponde dell’Atlantico, l’impatto economico complessivo del conflitto non è affatto identico. Gli Stati Uniti beneficiano di una posizione di vantaggio strutturale: indipendenza energetica, export di gas liquefatto e un’industria militare capace di intercettare il riarmo europeo. Al contrario, per l’Europa il bilancio economico generale resta in rosso, appesantito dall’aumento dei costi dell’energia, dalla perdita dei mercati orientali e dalla contrazione della competitività manifatturiera. Tra fondi russi congelati e la partita della futura ricostruzione, questo articolo analizza la frattura tra strategie di governo e realtà di cittadini e imprese.
Da più di quattro anni il dibattito pubblico sulla guerra tra Russia e Ucraina oscilla tra due estremi. Da una parte c’è il racconto morale, costruito attorno alla difesa della sovranità nazionale, della libertà e dell’ordine internazionale. Dall’altra c’è la convinzione che dietro ogni scelta di sostegno occidentale esistano principalmente benefici economici e industriali.
La realtà geopolitica raramente si può ridurre ad un’unica spiegazione. Tuttavia, se si vuole comprendere perché Stati Uniti ed Europa continuino a sostenere militarmente e finanziariamente Kiev, occorre guardare anche agli interessi materiali che ruotano attorno al conflitto. E sono interessi enormi.
Nessuna grande potenza mobilita complessivamente oltre 200 miliardi di euro per anni, senza aspettarsi un ritorno strategico ed economico.Va ricordato in ogni caso che buona parte della classe dirigente occidentale non interpreta il sostegno a Kiev soltanto come una questione finanziaria. Nella lettura geopolitica, una vittoria russa o un indebolimento dell’Ucraina potrebbe modificare gli equilibri di sicurezza europei, aumentare l’instabilità lungo il confine orientale della NATO e mettere in discussione la credibilità delle alleanze occidentali. Per questo molti governi considerano il sostegno a Kiev uno strumento di prevenzione strategica. Un costo ritenuto accettabile per evitare rischi giudicati più elevati in futuro.
Che la motivazione principale sia la sicurezza o la geopolitica, resta un fatto: i miliardi impiegati generano importanti effetti economici. Ed è proprio su questi effetti che vale la pena soffermarsi, evidenziando fin da subito come questi benefici e costi non si distribuiscano in modo uniforme tra le due sponde dell’Atlantico.
Il primo aspetto riguarda il modo in cui circola il denaro degli aiuti. Nell’immaginario collettivo, quando Washington o le capitali europee approvano nuovi pacchetti di sostegno, si pensa a enormi trasferimenti di denaro verso Kiev. In realtà, gran parte di quelle risorse resta all’interno dei Paesi che le stanziano.
Quando uno stato occidentale invia all’Ucraina armi prelevate dai propri arsenali, si crea immediatamente la necessità di sostituirle. A quel punto entrano in gioco i produttori nazionali della difesa, che ricevono commesse pubbliche per fornire equipaggiamenti nuovi. In tal modo la guerra accelera il rinnovo degli arsenali militari nazionali senza che tale processo debba essere presentato all’opinione pubblica come un semplice aumento delle spese militari. Sistemi considerati superati, prossimi alla dismissione o costosi da mantenere vengono ceduti a titolo di aiuto e gratuito all’Ucraina, mentre i ministeri della Difesa acquistano per sé stessi piattaforme più moderne e tecnologicamente più avanzate. Lo Stato spende, le aziende fatturano, i lavoratori vengono impiegati, la filiera produce e parte della spesa ritorna sotto forma di salari, tasse, consumi e investimenti.
Esiste poi anche un altro elemento, oggetto di discussione e polemiche. I settori che ottengono i maggiori benefici economici dal riarmo, dall’aumento della spesa militare e dai nuovi programmi industriali sono anche tra i soggetti economicamente e politicamente più influenti. Grandi gruppi industriali, imprese strategiche e intere filiere hanno una capacità di comunicazione con i governi molto superiore a quella del singolo cittadino o della piccola impresa che subisce i costi indiretti del conflitto.Ne deriva una capacità di pressione enorme, in grado di persuadere i politici della convenienza strategica nel continuare a finanziare i conflitti altrui.
Il secondo vantaggio è meno visibile ma forse ancora più rilevante: l’apertura di nuovi mercati di esportazione. Il conflitto ha generato una domanda commerciale di armamenti non indifferente. Molti paesi europei stanno aumentando le proprie capacità militari per ragioni di sicurezza. Stati ad esempio come la Finlandia e la Lituania, geograficamente molto vicini alla Russia, temono che un’estensione del conflitto o un futuro atteggiamento più aggressivo di Mosca possa rappresentare una minaccia diretta anche per loro. Per questo stanno acquistando armi, scorte e sistemi di difesa ben oltre i livelli mantenuti negli anni precedenti alla guerra, con l’obiettivo di portare la spesa militare almeno al 2% del PIL.Per l’industria della difesa statunitense ed europea si è dunque aperta una stagione di commesse pluriennali da parte dei paesi acquirenti difficilmente immaginabile prima del 2022.
Ai vantaggi industriali e commerciali si affiancano poi benefici di natura finanziaria, spesso poco visibili al grande pubblico ma tutt’altro che marginali.
Nel caso dell’Unione Europea esiste il meccanismo di compensazione tramite l’European Peace Facility. Gli Stati membri che forniscono materiale militare all’Ucraina possono ottenere rimborsi parziali attraverso il fondo comune europeo. L’EPF è uno strumento finanziario creato dall’Unione Europea per sostenere operazioni di sicurezza e assistenza militare all’estero. Quando un Paese membro cede equipaggiamenti o armamenti, può registrare il valore della fornitura e chiedere che una parte venga coperta attraverso questo fondo dedicato, affinché questa quota non gravi interamente sul singolo paese fornitore.
A questo si aggiunge inoltre la questione dei fondi russi congelati. Dopo l’invasione russa del 2022, l’Occidente ha bloccato quasi 300 miliardi di euro appartenenti alla Banca Centrale Russa, custoditi soprattutto presso istituzioni finanziarie europee. Quei soldi non possono essere ritirati o utilizzati da Mosca, ma continuano a restare nei circuiti finanziari e a produrre rendimenti ogni anno, generandone anche diversi miliardi all’anno.
È proprio su questi rendimenti che si basa il meccanismo. Invece di lasciare che questi interessi rimangano inutilizzati, i Paesi occidentali li impiegano per sostenere economicamente l’Ucraina. In pratica, il denaro russo congelato diventa una sorta di “motore finanziario” che genera ogni anno nuove risorse.Questo permette di mettere a disposizione di Kiev fondi immediati e continui senza dover coprire l’intero importo con nuove tasse o nuovo debito pubblico.
C’è infine un altro aspetto che è molto importante nelle strategie di lungo periodo: l’integrazione economica dell’Ucraina nello spazio europeo.
Molte aziende ucraine e euro-americane lavorano ormai quasi costantemente all’interno delle stesse catene commerciali e produttive; merci, materie prime, investimenti e servizi attraversano i confini con una facilità molto maggiore rispetto al passato.
Questo processo è favorito proprio dal sostegno politico, finanziario e militare garantito dall’Occidente a Kiev, in ottica antirussa. Gli aiuti continui hanno creato un contesto in cui aziende occidentali acquistano prodotti agricoli, acciaio, legname e altre materie prime ucraine, spesso a condizioni particolarmente vantaggiose grazie all’apertura dei mercati e alla riduzione di diversi ostacoli commerciali. Allo stesso tempo, imprese occidentali dell’energia, della logistica, delle infrastrutture e dei servizi partecipano già oggi a forniture, manutenzioni, trasporti e attività indispensabili per mantenere in funzione il Paese durante la guerra.
Ed è proprio qui che, infatti, presente e futuro si incontrano. Quando la guerra sarà finita, l’Ucraina dovrà affrontare una delle più grandi opere di ricostruzione del XXI secolo, stimata nell’ordine di molte centinaia di miliardi di euro. Strade, ponti, reti elettriche, infrastrutture energetiche, impianti industriali, porti, ferrovie e intere aree urbane richiederanno investimenti ingenti.
Nelle grandi crisi internazionali il dopoguerra spesso vale quanto, se non più, della guerra stessa. Per molti settori dell’economia la futura ricostruzione rappresenta un mercato enorme. La ricostruzione permetterà a banche, fondi d’investimento e grandi imprese americane ed europee di fare soldi a palate, assicurandosi contratti miliardari e l’accesso esclusivo alle materie prime ucraine (come litio e titanio) fondamentali per l’industria occidentale nei prossimi decenni. È quindi facile capire perché, per i grandi comparti industriali e finanziari, il conflitto venga osservato soprattutto attraverso la lente delle opportunità economiche presenti, ma soprattutto future.
Tuttavia, ciò che rappresenta una convenienza per alcuni non coincide necessariamente con l’interesse economico dell’intera collettività.È proprio qui che si accentua la frattura tra gli interessi di Washington e quelli delle capitali europee.
La guerra non è un affare per tutti. A pagare il prezzo più alto non sono le grandi industrie, che come abbiamo visto hanno ricevuto nuove commesse e aumentato di gran lunga i fatturati, ma soprattutto cittadini e piccole imprese dell’Europa continentale. L’effetto a catena dell’impennata energetica, che in Europa ha visto anche quadruplicare alcune componenti di costo nei periodi più acuti e iniziali, si è tradotto in una pressione inflazionistica generalizzata, con la conseguente perdita di potere d’acquisto per milioni di famiglie europee.
Questo è un fenomeno accelerato da un vero e proprio riassetto dei mercati energetici globali.La drastica riduzione del gas via tubo russo, storicamente a buon mercato, ha costretto infatti l’Europa a sostituire le forniture con il gas naturale liquefatto (LNG), in gran parte di provenienza americana o norvegese. Questo passaggio ha innescato uno dei più imponenti trasferimenti di valore economico del conflitto, spostando enormi flussi finanziari direttamente verso gli Stati Uniti (diventati primo esportatore mondiale di LNG) e fissando per l’industria e i consumatori europei un costo dell’energia strutturalmente più elevato rispetto al passato, aumentando il divario di competitività tra l’economia europea e quella statunitense.
Anche molte imprese manifatturiere europee hanno subito contraccolpi importanti. Settori che esportavano in Russia, dall’agroalimentare alla meccanica, dall’arredamento alla moda, comparti per i quali il mercato russo valeva prima della guerra complessivamente svariati miliardi di euro, hanno visto ridursi o scomparire affari che per anni avevano rappresentato una fonte rilevante di fatturato. Al contrario, le aziende americane non hanno registrato perdite analoghe, grazie a una storica concentrazione sul mercato interno ed extra-russo che le ha rese del tutto indipendenti dal commercio con Mosca.
È in questo divario che emerge la conclusione più importante.
Se si guarda esclusivamente al bilancio economico complessivo, per molti paesi europei occidentali la guerra ha prodotto una perdita netta, laddove per gli Stati Uniti il bilancio finale tende invece al positivo, grazie alle esportazioni di energia, alla vendita di armi e al ridotto impatto diretto dell’inflazione energetica sul proprio tessuto produttivo.
In altre parole, chi guadagna dalla guerra è una minoranza ben identificabile, geograficamente concentrata in prevalenza oltreoceano o in specifici settori industriali. Chi invece ne paga il costo è una platea più ampia, posizionata prevalentemente sul suolo europeo.
Perché allora tanti governi europei si ostinano a sostenere e finanziare l’Ucraina?
Come si diceva in precedenza, la risposta non sta nel profitto immediato. Nella visione delle classi dirigenti occidentali, la posta in gioco riguarda anche gli equilibri geopolitici, la tenuta delle alleanze, la sicurezza europea e la futura collocazione economica dell’Ucraina. In quest’ottica, anche a fronte di costi sociali ed economici elevati, il sostegno viene considerato il prezzo obbligato da pagare per evitare conseguenze ritenute ancora più dannose sul piano strategico.
In altre parole, si consuma una spaccatura tra due visioni incompatibili. Il cittadino europeo guarda la bolletta, il prezzo della spesa e il costo della vita. Lo Stato guarda gli equilibri di potere, le alleanze militari, la sicurezza delle proprie frontiere, l’influenza economica e la competizione con altre potenze. Sono due prospettive contrastanti, che spesso producono valutazioni molto diverse della stessa guerra.
Insomma, che tutto questo sia giusto o sbagliato dipende dalle convinzioni, dalle analisi oneste e dagli interessi di ciascuno di noi. Ma una cosa è certa: la redistribuzione dei costi e dei benefici è profondamente asimmetrica. Chi guadagna dalle guerre degli altri appartiene a luoghi e settori ben delimitati; chi paga il conto, invece, è la collettività europea.
Dietro le bandiere, gli slogan e perfino le convinzioni sincere convivono soprattutto interessi economici e strategie politiche. Ignorarlo significa capire solo una parte della storia.
La domanda finale è chi decide quali interessi meritino di essere difesi.
Quanto sia giusto pagare per difenderli e chi debba sostenere il costo di queste scelte.
Claudio Aorta
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