Dopo la guerra, i colloqui tra Stati Uniti e Iran sono ripartiti venerdì 6 febbraio 2026, a Muscat, Oman. Secondo i diplomatici iraniani, la partenza è stata buona, ma adesso – una decina di giorni dopo – le aspettative sembrano ridimensionarsi. Il tema centrale dei colloqui è il nucleare; la capacità iraniana di arricchire l’uranio che, sebbene ridotta dai cinematografici attacchi statunitensi, non è stata eliminata.
Gli iraniani sembrano voler scendere a compromessi: diluire il programma nucleare in cambio di sanzioni sollevate. Tuttavia, il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, ha chiarito che l’Iran non rinuncerà completamente al nucleare poiché questo rappresenta una fondamentale risorsa per lo sviluppo del paese, e non per la produzione di armi atomiche. Posizione che complica il negoziato, in quanto si aggiunge alle preoccupazioni di Tel Aviv che, oltre al nucleare, vorrebbe vedere la produzione di missili a lungo raggio smantellata, così come la fine delle pressioni iraniane per mezzo delle sue lunghe braccia in Libano, Gaza e Yemen.
Il bastone USA
Se la diplomazia si fa parlando piano, ma portandosi dietro un grosso bastone, gli statunitensi ne hanno portati due. Sia la portaerei USS Abraham Lincoln, attualmente nell’Oceano Indiano, che la Gerald Ford, ora nel Mar Mediterraneo, sono in navigazione verso il Medio Oriente, dispiegate sotto il Comando Centrale (CENTCOM). Tuttavia, gli Stati Uniti hanno già usato la forza e, come non funzionò durante la guerra dei 12 giorni, potrebbe risultare inconcludente anche oggi. Il sito iraniano per l’arricchimento dell’uranio a Fordow – (parzialmente) distrutto dagli americani – è verosimilmente di nuovo operativo, così come lo saranno i nuovi siti di cui il governo iraniano ha annunciato la costruzione. Questo, poiché, smantellare gli strumenti non è bastato a dissuadere gli Ayatollah dalla loro idea di Iran. Perciò, mentre la possibilità di un cambio interno di regime – del quale sembravano esserci i segnali con le proteste delle scorse settimane – sembra allontanarsi, gli Stati Uniti si vedono costretti al tavolo dei negoziati con la pressione di Israele. Il Segretario di Stato Marco Rubio, facendo eco al Presidente Trump, dice di preferire la diplomazia, nonostante “nessuno è mai stato capace di fare un accordo con l’Iran”. I bastoni statunitensi sembrano quindi non riuscire a piegare le posizioni iraniane, il Ministro degli Esteri iraniano Araghchi chiede una garanzia oggettiva affinché gli Stati Uniti non usino di nuovo la forza “per risolvere le differenze con gli altri” e aggiunge: “non c’è soluzione che quella diplomatica”.
La pressione Israeliana
Come già accennato, agli israeliani non preoccupa soltanto il nucleare, ma anche la capacità di produzione di missili a lungo raggio. Durante la guerra dei 12 giorni, le difese di Tel Aviv sono state saturate dai lanci iraniani, i quali hanno colpito edifici residenziali, oltre che a infrastrutture militari, provocando la morte di circa 28 persone, quasi tutte civili, e oltre 3000 feriti. Un affronto non da poco, considerando la narrazione che Israele fa delle proprie capacità di difesa, le quali rappresentano il perno magnetico degli Accordi di Abramo.
Impegnati con le faccende interne, gli israeliani hanno come unica possibilità il supporto statunitense; un accordo diplomatico che sia in grado di allentare la pressione iraniana e delle sue milizie, che non conceda spazio alle ambizioni iraniane, oppure un’operazione militare che miri a decapitare il governo di Tehran e, insieme ad esso, le ostilità con Israele. Nel secondo caso, è necessario per Israele che l’operazione militare statunitense obliteri il governo iraniano, assicurando poi una guida le cui idee siano in linea con quelle di Tel Aviv; scenario che gli americani considerano un azzardo, dal quale gli stessi israeliani temono di uscire mal ridotti. Nel primo caso, è necessario per Israele che l’accordo contenga specifiche indicazioni sulla produzione di missili balistici, la collaborazione iraniana con un’autorità in grado di verificare le attività nucleari sul campo, la cessazione delle attività delle milizie affiliate. Questi i moventi della pressione che Israele fa – tramite le visite del Primo Ministro Netanyahu alla casa bianca – sui negoziati in corso.
Vittorio Cacace