La coesione europea alla prova


Il disagio sociale, le divisioni politiche e il crescente bisogno di sicurezza stanno assumendo un peso sempre più rilevante nel futuro dell’Unione europea. Il caro vita, la difficoltà di accesso alla casa, l’aumento dei costi energetici e il ritorno delle politiche di riarmo alimentano preoccupazioni che attraversano fasce sempre più ampie della popolazione. I cittadini chiedono più sicurezza, ma anche risposte concrete sul piano economico e sociale. In questo contesto, il 2027 potrebbe rappresentare un passaggio delicato per l’Europa, soprattutto in vista delle elezioni francesi. Il rischio è che il malcontento si traduca in un rafforzamento del voto di protesta e in una crescente frammentazione politica, rendendo più difficile per l’Unione trovare posizioni comuni e affrontare le sfide che ha davanti. L’articolo prova a delineare i possibili scenari e a capire in quale direzione potrebbe muoversi l’Europa.


L’autunno del 2026 consegna all’Europa un continente attraversato da tensioni diverse, accomunate da un elemento: il disagio sociale sta diventando una variabile politica. Il fenomeno riguarda, più in profondità, la capacità dell’Unione europea di mantenere coesione interna in un contesto internazionale sempre più instabile.

Il malcontento non nasce più necessariamente da una singola misura di governo, ma dalla percezione di un deterioramento progressivo delle condizioni di vita. La questione abitativa ne è l’esempio più evidente: secondo la Commissione europea, tra il 2013 e il 2024 i prezzi nominali delle abitazioni nell’Unione sono aumentati di oltre il 60%, gli affitti di circa il 20%. Quando una generazione fatica ad accedere alla casa, cambiano mobilità sociale e progetti di vita. A ciò si aggiunge l’inflazione, che ha eroso il potere d’acquisto: anche quando gli indicatori macroeconomici migliorano, salari, casa, energia e beni essenziali restano sotto pressione.

Sul fronte della sicurezza, la guerra in Ucraina ha riportato la difesa al centro delle agende europee. Il White Paper sulla difesa europea e il programma Readiness 2030 puntano a colmare le lacune capacitive, rafforzare l’industria della difesa e aumentare gli investimenti. Ogni aumento della spesa militare solleva però una domanda: quali risorse resteranno per welfare, sanità e istruzione? Il Fondo monetario internazionale individua cinque aree di pressione sulla spesa pubblica europea: tra cui pensioni, sanità, transizione climatica e difesa. Non si tratta dunque di scegliere tra welfare e difesa, ma di finanziare insieme sicurezza, protezione sociale, transizione e competitività, convincendo le società europee che non sono obiettivi alternativi.Lo conferma l’Eurobarometro della primavera 2026: il 81% dei cittadini sostiene una politica comune di sicurezza e difesa, ma sull’uso del bilancio europeo il 41% indica come priorità occupazione, affari sociali e sanità, il 37% istruzione e giovani, il 38% difesa e sicurezza. I cittadini non chiedono meno sicurezza per avere più welfare, né il contrario: chiedono entrambe le cose.

Il rischio maggiore per i governi è la crescita del voto di protesta. Quando una parte consistente dell’elettorato non si riconosce nelle forze tradizionali, il voto diventa strumento di sanzione, favorisce forze percepite come estranee al sistema, a destra come a sinistra, e produce frammentazione, maggioranze più strette e minore capacità di compiere scelte di lungo periodo. Il calendario del 2027 rende questa dinamica rilevante. Il banco di prova principale resta Parigi: Emmanuel Macron non può ricandidarsi e la presidenziale riguarderà anche l’eredità del suo decennio. Uno spostamento del consenso verso forze maggiormente nazionaliste potrebbe modificare le priorità francesi su difesa europea, integrazione politica e disciplina di bilancio. La Francia è una potenza militare, nucleare e diplomatica, pilastro dell’autonomia europea.Altrove la domanda di fondo è simile: in Spagna e in Grecia pesano le prospettive dei giovani, in Polonia la vicinanza alla guerra rende la sicurezza una priorità. L’Italia arriva al voto con un esecutivo relativamente stabile, ma in una società che chiede risposte su industria, salari e costo della vita: la stabilità istituzionale non coincide automaticamente con il consenso sociale.

Pesa anche l’energia, ormai componente della sicurezza strategica. Secondo la Commissione, la bolletta energetica dell’UE è scesa dai 604 miliardi di euro del 2022 ai 427 del 2024, ma i prezzi restano superiori ai livelli pre-crisi e, per l’industria, a quelli dei principali concorrenti. Il rapporto Draghi ha mostrato come produttività, demografia, costi energetici e concorrenza internazionale mettano sotto pressione la prosperità europea proprio mentre le transizioni richiedono nuovi investimenti. L’autonomia strategica richiede dunque anche infrastrutture resilienti, capacità industriale e società in grado di sostenere i costi delle trasformazioni.

Tra gli scenari plausibili, il primo è la frammentazione controllata: non un collasso dell’Unione, ma una crescente difficoltà a decidere insieme su difesa, bilancio e industria. Il secondo è lo shock politico francese: un cambiamento degli equilibri a Parigi potrebbe rafforzare altrove le forze che vogliono ridurre il ruolo delle istituzioni europee, e la minaccia alla coesione verrebbe dall’interno. Il terzo è la reazione responsabile: le forze moderate riconoscono che alle paure sociali non si risponde con la sola comunicazione, ma con un’agenda che integri protezione sociale, sicurezza, crescita e competitività. È la strada più complessa.

Sul piano internazionale l’Europa entra nel 2027 con dipendenze ancora evidenti: la sicurezza resta legata agli Stati Uniti, la Russia conserva capacità di pressione militare e ibrida, la competizione tra Washington e Pechino rischia di relegarla a un ruolo intermedio. Le divisioni interne assumono così una dimensione strategica: la vulnerabilità interna può trasformarsi in vulnerabilità esterna.La resilienza strategica dell’Europa dipenderà dunque anche dalla resilienza sociale delle sue democrazie, cioè dalla capacità di sostenere costi e sacrifici senza perdere fiducia nelle istituzioni. Le fratture sociali possono diventare fratture politiche, e queste in debolezza strategica: la coesione interna è una componente della sicurezza europea. La sicurezza non può essere costruita contro le società che dovrebbe proteggere, così come il welfare non può essere preservato ignorando il mutamento dell’ambiente strategico.

Il vero banco di prova del 2027 sarà convincere i cittadini che sicurezza, crescita e protezione sociale non sono alternative. Se questa sintesi fallirà, la principale vulnerabilità europea potrebbe non trovarsi ai confini, ma dentro le sue stesse società.

Simone Iannilli

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