L’ingresso della Serbia nella UE

Il 10 ottobre del 2005 la Serbia inizia le trattative per un accordo di associazione e stabilizzazione con la UE, la sua stipulazione effettiva avviene nel 29 aprile del 2008. Questo è un passaggio preliminare per entrare a far parte dell’Unione come paese membro. La Serbia sembra ben determinata a raggiungere tale risultato, difatti il 22 dicembre del 2009 presenta domanda ufficiale alle istituzioni di Bruxelles.


   La questione dell’ingresso della Serbia all’interno della UE è piuttosto  complicata. Il 10 ottobre del 2005 sono iniziate le trattative per la stipula di un accordo di stabilizzazione e associazione, questo è un primo passo per cercare di divenire membro a tutti gli effetti dell’Unione. Gli ostacoli per raggiungere tale obbiettivo sono numerosi, in particolare per quanto riguarda i problemi lasciati in sospeso dai conflitti che hanno determinato la dissoluzione della Jugoslavia, soprattutto quello in Kosovo. Ma vi è anche la questione di un avvicinamento ai paesi dell’Europa occidentale non molto gradito a una parte consistente della popolazione e al rapporto con l’alleato tradizionale dei serbi, vale a dire la Russia.

   L’ingresso del paese balcanico nella UE è apparso subito estremamente problematico, difatti sono ancora irrisolte molte delle questioni lasciate in eredità dai conflitti bellici che portarono alla dissoluzione della Jugoslavia alla fine del secolo scorso. Le istituzioni di Bruxelles decisero tuttavia di aprire dei negoziati con il governo di Belgrado in quanto si verificarono alcuni eventi che, in un certo modo, sembravano andare nella direzione di risolvere le problematiche cui si è appena fatto riferimento.

   Il primo di tali eventi è la cattura dei generali serbi Karadzic, Mladic e Hadzic, tutti e tre ricercati per crimini commessi nei conflitti citati. Va poi ricordato il fatto che la Serbia decise di adottare il modello suggerito dalla UE per il controllo dei valichi di frontiera. Infine, ma non certo per ordine di importanza, va  ricordata l’accettazione da parte del governo di Belgrado del fatto che il neonato Stato del Kosovo potesse partecipare alle riunioni internazionali con la specifica denominazione “Kosovo*”. L’asterisco rimanda alla risoluzione ONU 1224 del 1999, quest’ultima dichiara la fine delle ostilità e pone il Kosovo sotto protettorato internazionale UNMIK (United Nations Interim Administration in Kosovo) e Nato.

   La UE aveva circondato di cautele l’avvio di tali negoziati per il timore, in particolare, del ripetersi di una situazione analoga a quella di Cipro. Quest’ultimo paese, difatti, era entrato nel 2004 ma aveva ancora numerosi problemi da risolvere in ordine al confine settentrionale con la Turchia, problemi che poi si sono ripercossi sulla UE.

   Una figura centrale dell’avvicinamento della Serbia all’Unione è Aleksandar Vucic, primo ministro dal 2014 e poi Presidente dal 2017. Tale politico ha agito molto attivamente per cercar di far entrare il suo paese nelle istituzioni UE, ha potuto altresì contare su maggioranze parlamentari molto forti.

   Un punto fermo posto dalle autorità serbe nelle trattative è l’assoluta mancanza di volontà da parte del paese balcanico di entrare a far parte di alleanze militari, in particolare la NATO. Sono ancora vivi i ricordi dei bombardamenti effettuati nel 1999 dall’Alleanza Atlantica nei ricordi della popolazione locale.

   Una questione su cui negoziati con l’UE si sono arenati è costituito dal mancato riconoscimento del governo di Belgrado del Kosovo, il quale, al contrario, è stato riconosciuto dalla UE, tanto da iniziare le trattative per un accordo di associazione e stabilizzazione.

   Vi è poi un ulteriore aspetto problematico che viene costituito dal rapporto con la vicina Croazia. Tra i due paesi sono molti i problemi, in buona parte ereditati dal conflitto che li ha visti contrapposti alla fine del secolo scorso. Tra tali questioni vanno ricordate quelle relative alle frontiere e al rispetto delle minoranze. Il ruolo della Croazia è importante in quanto il suo assenso è indispensabile per far entrare il suo vicino nell’Unione.

   Anche all’interno della Serbia non sono poche le resistenze all’ingresso nella UE. Stando a recenti sondaggi circa la metà della popolazione preferirebbe rimanerne fuori e, al contrario, cercare di intensificare i rapporti con l’alleato storico, vale a dire la Russia. L’altra metà della popolazione spinge invece per entrare nelle istituzioni di Bruxelles, ciò al fine di poter usufruire di futuri e consistenti fondi provenienti dall’Unione, ma anche per non rimanere isolati. Difatti i paesi confinanti sono tutti membri della UE o, comunque, hanno in corso delle trattative per entrare a farne parte.

  Tali divisioni nell’opinione pubblica si sono ovviamente riproposte anche nella vita politica, qui vi sono partiti a favore dell’ingresso nell’UE e altri contrari. Quest’ultimi attualmente sono in minoranza, va comunque ricordata che la situazione è in rapida evoluzione.

   In tale contesto un ruolo estremamente importante viene giocato dal Presidente russo Putin, ciò in virtù degli stretti rapporti tra i due paesi slavi cui si è accennato pocanzi. Il leader del Cremlino non si è mai espresso ufficialmente in ordine all’ingresso del tradizionale alleato nell’Unione, ciò lascerebbe intendere, a detta di alcuni osservatori, che sia favorevole. Sta di fatto che spesso il Presidente serbo si è consultato con il suo omologo russo in ordine a problematiche inerenti la trattativa con Bruxelles.

   Il forte legame tra Belgrado e la Russia costituisce un altro nodo problematico. Difatti diversi parlamentari europei temono che, in caso di ingresso della Serbia nell’Unione, il Cremlino avrebbe uno strumento per condizionarla e forse anche destabilizzarla.

   Va poi ricordato che il Consiglio europeo del 17 ottobre 2019 ha bloccato l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord. Ciò è avvenuto su iniziativa francese, adducendo la necessità di riformare la procedura. Questo, a detta di molti osservatori, costituisce un’ulteriore riduzione delle possibilità che la Serbia possa entrare a far parte dell’Unione, quanto meno in tempi rapidi.

Armando Donninelli

*Armando Donninelli è laureato in giurisprudenza e sta conseguendo un dottorato presso l’Università Rovira i Virgili di Tarragona, in Spagna. Oggetto della sua tesi di dottorato è l’azione della UE innanzi la crisi migratoria nel Mediterraneo. Ha pubblicato alcuni articoli aventi ad oggetto le organizzazioni regionali africane e le migrazioni verso l’Europa. Le sue aree di interesse sono l’Europa, l’Africa, il Medio Oriente e, più in generale, la gestione dei flussi migratori.

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