Ma la colpa di chi è?

Un’Italia allo sbaraglio, un paese in preda al delirio. Una nazione divisa, ma forse lo è sempre stata. Un pensiero fascista che avanza in uno stato liberale italiano allo sfascio. Ora tutti si dicono razzisti e cristiani, certo è il momento di “prima gli italiani”. Tra di loro un certo Salvini, uomo furbo che vuol essere il “figlio del secolo” (Scurati, 2019), ma del XXI secolo.


   Ma cosa sia successo in questi ultimi 11 anni nessuno vuol pensarci. Tutti a cercare di capire il momento attuale analizzando i fatti quotidiani e a volte rispolverando aneddoti del passato. Certo una qualche analogia è alla vista di tutti. Chi ha studiato o letto un po’ di storia del Novecento si rende conto delle troppe analogie tra la fine del secondo decennio del XX secolo e quello del XXI.

   Ogni giorno che passa è sempre più evidente che siamo agli sgoccioli di un’era. Ma com’è possibile il riemergere di una certa ideologia come quella fascista se non c’è alle porte nessun pericolo di una rivoluzione socialista come lo fu durante il biennio rosso del XX secolo? Ma la colpa di tutto ciò di chi è?

   Sicuramente è di chi ha creduto ed affermato che l’ideologia sia morta dopo il crollo del muro di Berlino. Chi ha creduto che fossimo arrivati “alla fine della storia”.

   È di quella sinistra che si è fatta comprare dal neoliberismo abbandonando ogni idea di cambiamento ma soprattutto di rivoluzione. Sì, proprio rivoluzione, un concetto tanto amato, tanto temuto e alla fine troppo presto buttato nel cestino del dimenticatoio.

   La colpa è di chi ha detto con fermezza da ogni posizione, sia essa accademica o istituzionale, che la lotta di classe non esiste.

   Di chi ha creduto che lo stato di benessere sociale, welfare, sarebbe durato eternamente, come se una regola naturale avrebbe dovuto sopraffare le contraddittorie e dialettiche norme sociali derivate da delle relazioni sociali oggi sempre più antagoniste.

   Ma la colpa è anche di uno Stato liberale incapace di aver visto come quelle regole di convivenza sociale successive alla fine del secondo conflitto mondiale potessero essere eterne. Uno stato liberale incapace di vedere come il neoliberismo avrebbe sancito la sua fine in nome di un’accumulazione di capitale ogni giorno più feroce e brutale.

   La colpa è anche di chi, in nome del benessere e dello sviluppo, ha fomentato da sempre la superiorità di una razza bianca, europea e cristiana su tutte le altre. La colpa è di chi nel nome dello sviluppo ha cancellato la storia millenaria di miriadi di culture sparse per il mondo, arrivando a far dimenticare perfino la nostra. Certo quando sentiamo a Trump dire “prima gli americani” ci dimentichiamo che da oltre settant’anni abbiamo inculcato ai nostri giovani come mito “l’essere americano”.

   La colpa è di chi ha pensato che un momento di 70 anni sarebbe stato eterno, un momento in cui, in nome di una falsa libertà come quella del consumo si sarebbe attenuato il conflitto sociale e creato le condizioni di una larga stabilità, dimenticando che la lotta di classe è stata sempre presente, a volte non capita, a volte mimetizzata.

   La colpa è di chi in nome di un liberismo sfrenato, chiamato oggi neoliberismo, ha ingannato milioni di persone con l’idea di una eterna ricchezza e piaceri a non finire. Di chi in nome di una Europa (oggi possiamo dire tradita) ha fomentato la libera circolazione dei grandi capitali e impedito una forte integrazione tra le diverse popolazioni e religioni che albergano questo territorio chiamato Europa che esclude quando vuole ed integra quando conviene.

   Ma la colpa è anche di tanti politici e tanti intellettuali che non hanno saputo vedere i limiti di questo sistema politico, economico e sociale liberale: dalla esclusione sociale alle problematiche ambientali, dalla falsa idea di una eterna crescita all’utopia di una classe media globale. La colpa è quindi pure di un mondo occidentale che non ha voluto vedere i limiti del suo progetto.

   Ma la colpa è anche e soprattutto di quella destra tradizionale e di quella destra liberista che si è lasciata sedurre da quelle idee fasciste che nel mezzo di una grande crisi, come quella che stiamo vivendo, sono diventate idee di grandi numeri elettorali. Una destra, che con facilità ha abbandonato i suoi politici tradizionali e fatto della falsa tradizione e del “sovranismo” (sovranismo poi di cosa) le colonne portanti del suo nuovo programma. Una destra che ha voluto deliberatamente abbandonare le sue idee liberiste per aderire ad un progetto vago come lo è quello della Lega e dei vari gruppi di estrema destra che gli girano intorno. Una destra oggi che fa dell’attacco alle persone diverse e alla natura il suo punto più forte. Una destra che ha capito bene come annientare qualsiasi maniera di cambiamento e come creare tra la gente l’idea di un nuovo mito può dargli tutto il potere sbaragliando in maniera facile qualsiasi opposizione.

   Quindi di cosa ci meravigliamo quando abbiamo creato analfabeti funzionali nel corso di questi ultimi trent’ anni. Di cosa ci meravigliamo quando un partito passi dal 5% al 40% in meno di due anni. Non è semplicemente merito dei suoi quadri, è il risultato combinato di una situazione di crisi permanente in un paese in cui pensare è diventato un privilegio.

   Cosa ci aspettiamo da un paese che non conosce la propria storia ed in cui la generazione che dovrebbe creare le basi di un vero cambiamento, e non “gattopardesco” come l’esperimento dei 5 stelle, si limita a fare opposizione con una retorica obsoleta ed una mancanza di comprensione dei cambiamenti globali in atto. Certo che non ci si può aspettare niente da chi pensa che l’Italia sia il centro del mondo e della cultura occidentale sperando che quel Dio che ha voluto ciò, potrebbe salvarla di nuovo da un cataclisma come il fascismo del XXI secolo.

   Ed è proprio qui che entra il Salvini. Un personaggio in più della tragicommedia italiana che si alimenta di tutte queste situazioni, un uomo che vende fumo come se fosse oro a una popolazione smarrita che vuole a tutti i costi una guida, un capo con “pieni poteri”. Un politico diverso dai grandi parassiti della politica tradizionale che si sono solamente arricchiti ed a cui non è importato niente l’aumentare delle disuguaglianze sociali ed economiche, a cui non è importato niente tradire quel debole stato sociale liberale erettosi di nuovo dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Certo, questo non lo esime dall’essere anche lui un farabutto ed un parassita della politica, ma certamente a differenza del lerciume che c’è stato e che c’è in giro ha capito bene la diagnosi e le nuove regole politiche (non solamente italiane).

   Ed ora ci ritroviamo in preda alla paura, ad una grande paura direi. Quella paura di ritrovarci da un momento all’altro in uno stato fascista ed autoritario. Berizzi (2018) da un bel po’ aveva capito che NazItalia non era solamente un libro se no una realtà che ad una velocità tremenda, soprattutto negli ultimi anni, si è edificata in una nazione confusa, ridotta allo sbaraglio e senza speranza.

   Forse sono parole forti quelle fin qui scritte. Forse sono parole di uno che da troppo tempo vive fuori da una terra che ama e che ha visto soccombere di fronte a questa grande tragedia. Ma non importa, la denuncia ad un progetto autoritario che vuol farsi avanti ed edificarsi sulle basi di uno stato liberale democratico decadente, deve essere forte e firme.

   Non bisogna dimenticare che sia Mussolini e sia Hitler arrivarono al potere in nome della democrazia anche se nei loro discorsi si evidenziava un attacco frontale alle istituzioni democratiche. Non è solo “il discorso del bivacco del novembre del 1922” di Mussolini in effetti ad evincere un odio verso il sistema liberale ma la stessa costituzione di un progetto che fin dalle sue origini faceva del suo odio verso lo stato liberale ed i politici parassiti la sua ragione di esistere.

   Quindi non c’è da meravigliarsi quando un tipo come Salvini in nome del mito “di salvare l’Italia” e “ridarla agli italiani” invoca la necessità di avere “pieni poteri”, dato che la ramificazione di un movimento come la Lega fa leva sull’odio della gente comune verso quello stato, quelle istituzioni e quel sistema economico che ha rovinato il mondo e per questo si rende necessario abolirlo.

   Forse alla fine, come diceva Gramsci, il nuovo blocco storico che vuole conformarsi deve far leva sulla praxis in modo tale che dal terreno dell’ideologia si passi ad una praxis che muova le basi materiali per il cambiamento. Ma quello purtroppo sta avvenendo dall’altra parte, e non c’è all’orizzonte l’idea della conformazione di un altro blocco storico del cambiamento che sappia creare le condizioni di una società basata sulla giustizia e l’eguaglianza sociale.

   Parole forse vane le mie, ma certo che esprimono la preoccupazione di chi non ha la forza o forse il valore di denunciare tutto. Certamente, non sono l’unico, esiste ed è presente, fortunatamente, anche un pezzo della popolazione italiana che è profondamente antifascista.

   Ma questo antifascismo deve andare oltre il no a Salvini. Deve essere anche la base nel combattere quelle idee che sanciscono la fine della storia perchè non si tratta solo nel condannare processi, progetti e idee di rivoluzioni fallite, ma di dare valore e continuità con gli strumenti di questa epoca a quelle idee che vogliono fare del mondo un luogo di convivenza sociale, senza sfruttatori e senza sfruttati. La storia è tra essi un grande strumento e capire i processi che hanno portato a questa situazione potrebbe essere anche l’inizio di nuovi orizzonti.

   Forse la colpa è anche mia. Magari, mettendo da parte la paura potremmo iniziare a combattere questo nuovo fascismo e dare all’Italia, all’Europa e al mondo un cammino a cui far riferimento per la costruzione nella diversità ma con l’obiettivo di una nuova convivenza sociale a livello globale una società distinta che faccia dell’antifascismo la base su cui erigersi.

Giuseppe Lo Brutto

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